La classica polpetta avvelenata: che rischia di ammazzare Travaglio e il Fatto Quotidiano

Chi scrive queste righe non ha mai fatto mistero della propria radicale distanza dal perimetro ideologico, politico e culturale de Il Fatto Quotidiano. Non è du…
Franco Marino
· Politics

La classica polpetta avvelenata: che rischia di ammazzare Travaglio e il Fatto Quotidiano

Chi scrive queste righe non ha mai fatto mistero della propria radicale distanza dal perimetro ideologico, politico e culturale de Il Fatto Quotidiano. Non è dunque un fan di quella testata, non ne condivide il giustizialismo eletto a sistema di pensiero, né quella postura da tribunale permanente della Repubblica che tende a dividere il mondo in salvatori della patria e criminali da fustigare. Spesso, si ha l'impressione che la redazione di via Sant'Erasmo cerchi scientemente lo scontro frontale, esasperando i toni per alimentare un posizionamento di mercato basato sul conflitto perenne. Eppure, proprio perché non si è mossi da simpatie editoriali, si ha il dovere dell'onestà intellettuale quando si analizzano le vicende complesse del nostro giornalismo. E l'onestà impone di respingere con forza la tesi della calunnia grossolana costruita a tavolino.

Ma - i fatti prima delle opinioni - riassumiamo la storia per chi ne sa poco e ricostruiamo il nucleo originario da cui tutta la vicenda è partita: la revoca della grazia presidenziale a Nicole Minetti, legata a doppio filo alla regolarità di un'adozione internazionale in Uruguay.
La tesi cavalcata dai giornalisti vicini a Il Fatto Quotidiano si fondava su un teorema suggestivo: la grazia sarebbe stata concessa sulla base di presupposti falsati o alterati, legati alle condizioni di salute e alle procedure di adozione di un minore oltreoceano. Tutto molto chiaro, insomma. La Minetti tenutaria dei bordelli berlusconiani italiani, avrebbe rifatto tale e quale un sistema simile in Uruguay, per giunta sposando un uomo che, sempre secondo la tesi dell'accusa, sarebbe legato a doppio filo con Epstein. Chiunque non abbia mai avuto simpatia per il berlusconismo vi si è buttato a pesce credendo di aver fatto bene a non sostenere mai "quel mafioso di Arcore". Eppure?
Eppure, a guardare le carte con il dovuto distacco, la natura forzata di certe considerazioni giornalistiche appariva evidente fin dal principio.
Tanto per cominciare: non si capisce per quale motivo Nordio avrebbe dovuto opporsi alla grazia oppure ostacolarla. La richiesta della Grazia segue percorsi che toccano relativamente poco la politica. In sintesi, si è voluto intravedere un disegno corruttivo e di favore istituzionale laddove c'erano soltanto i tempi tecnici, complessi e rigorosi, di un'adozione internazionale già ampiamente vagliata dalle autorità competenti. Costruire un impianto accusatorio ipotizzando che l'intero asse giudiziario italo-uruguayano si fosse piegato per favorire un singolo personaggio della cronaca nostrana richiedeva una vistosa sospensione dell'incredulità. Ma la foga di trovare la "nota stonata" ha spinto a forzare la mano, trasformando la normale e dolorosa burocrazia di un'adozione protetta in un torbido intrigo di Palazzo.
Ma attenzione anche a non liquidare la colossale inchiesta sul presunto "ranch del sesso" in Uruguay e sulle presunte ombre dietro la grazia concessa a Nicole Minetti come una bufala inventata di sana pianta da Marco Travaglio per colpire i vecchi fantasmi del berlusconismo, perché questo significherebbe commettere un errore di valutazione imperdonabile. Significa, soprattutto, non conoscere l'avversario. Si può detestare la linea editoriale del Fatto, ma pensare che il suo direttore e i suoi cronisti di punta siano degli sprovveduti o dei dilettanti allo sbaraglio è un'ingenuità clamorosa. Travaglio è una volpe del giornalismo investigativo, un professionista dalla memoria d'acciaio che mastica codici e carte giudiziarie da decenni e che ha costruito la propria carriera sulla capacità di blindare i propri scritti per evitare di farsi bagnare il naso nelle aule di tribunale. Se il suo giornale si è lanciato a capofitto sulla pista di Montevideo, è perché in mano aveva pezze d'appoggio che riteneva solide, riscontri apparentemente inattaccabili ed esche così succulente da sembrare la "pistola fumante" definitiva.
Ed è esattamente questo il punto di svolta. Ammettere la totale buona fede del Fatto Quotidiano in questa specifica vicenda non ne attenua l'errore; al contrario, spalanca le porte a una riflessione molto più inquietante e profonda. Quella in cui è incappato il giornale non è una fake news di basso livello, ma il capolavoro della manipolazione informativa: una "polpetta avvelenata" d'autore. Una trappola d'alta scuola mediatica e giudiziaria.

Del resto, l'anatomia del tranello, se analizzata a freddo, risponde alle regole auree dei manuali di disinformazione e dei regolamenti di conti internazionali. La scelta dell'Uruguay come teatro primario della vicenda non è stata un dètto casuale o una bizzarria della cronaca. Muoversi oltreoceano, in una terra di nessuno giurisdizionale come Punta del Este, dove la magistratura italiana non ha poteri diretti e dove ogni verifica formale richiede mesi di rogatorie internazionali, lenti canali diplomatici e il filtro dell'Interpol, crea la zona grigia ideale per l'avvelenatore di pozzi.
In questa nebbia geografica e istituzionale, è stato facilissimo per una regia occulta confezionare l'esca perfetta: una super-testimone locale pronta a lanciare davanti a telecamere e taccuini accuse torbide di sesso, droga e minori, legandole a un provvedimento di clemenza firmato nientemeno che dal Quirinale. Davanti a un simile scenario, il giornale si è trovato dinanzi al più classico dei dilemmi faustiani della stampa d'assalto: fermarsi per mesi a fare un fact-checking impossibile sul campo o pubblicare subito lo scoop dell'anno per anticipare la concorrenza.
E invece, spinto da quel "bias di conferma" che colpisce i giornalisti quando vedono materializzarsi una notizia che si incastra perfettamente con la propria narrazione del mondo, il Fatto ha abboccato. Ha cavalcato la storia, ha incalzato la Procura di Milano e ha trasformato una vicenda opaca nel nuovo epicentro dello scandalo nazionale, costringendo persino il Presidente della Repubblica a chiedere chiarimenti al Ministero della Giustizia. Poi, il castello di carte si è sgretolato nel modo più brutale. La super-testimone si è presentata davanti a un notaio di Montevideo e ha firmato una ritrattazione totale, dichiarando di non sapere nulla di quanto accadeva nel ranch. Sparita la teste e archiviata la pista dalla Procura milanese, al giornale è rimasto in mano il cerino acceso di un clamoroso buco nell'acqua.
Del resto, dire che una volpe è caduta nella trappola del cacciatore non significa diffamarla, significa mapparne la vulnerabilità. Il limite intrinseco del giornalismo d'inchiesta militante risiede proprio in questo: l'intransigenza ideologica, a lungo andare, finisce per accecare i radar del dubbio. Chi ha confezionato quel veleno sapeva benissimo come far scattare i riflessi condizionati di Travaglio. Il risultato finale è un paradosso da manuale di eterogenesi dei fini: nel tentativo di assestare il colpo definitivo a un certo sistema di potere, il giornale ha finito per offrire a quel sistema l'arma perfetta per fare vittimismo e gridare al complotto dei media.

Tuttavia, ciò che sta accadendo dietro le quinte in queste settimane dimostra che la partita non è più una polemica da cortile domestico, ma si è trasformata in una guerra asimmetrica di logoramento. La controffensiva guidata dal gruppo societario di Giuseppe Cipriani, compagno della Minetti, ha portato lo scontro a un livello geopolitico e finanziario devastante. La scelta di depositare una causa civile da ben 250 milioni di dollari non in Italia, ma in un tribunale federale di New York, è una mossa coordinata con spietata lucidità imprenditoriale. Sfruttando le severe leggi americane sulla diffamazione commerciale e evocando opportunisticamente lo spettro d'infamia del "sistema Jeffrey Epstein" a Manhattan, la controparte ha attivato la versione globale delle "querele temerarie" (SLAPP). L'obiettivo non è accertare una verità storica, ma asfissiare economicamente una casa editrice indipendente. Per una società che fattura circa 30 milioni di euro l'anno, una richiesta danni simile è un'arma nucleare: anche in caso di vittoria finale, il dissanguamento finanziario per le parcelle astronomiche dei legali di New York e il blocco prudenziale degli investimenti rischiano di indurre una crisi sistemica irreversibile.
Inoltre, il Fatto sconta oggi la sua profonda solitudine politica, figlia di anni di battaglie antisistema e di posizioni geopolitiche fortemente controcorrente, in particolare sulla linea atlantista e sui conflitti internazionali. Quando ti collochi stabilmente fuori dal coro dell'establishment, il sistema non ti perdona il primo passo falso. Nel momento in cui l'inchiesta sull'Uruguay è franata, le istituzioni hanno fatto rapidamente quadrato per proteggere la regolarità degli atti del Quirinale, l'Interpol ha blindato le procedure e il mondo politico si è voltato dall'altra parte. Non serve scomodare la fanta-politica di complotti orchestrati dai servizi segreti per spiegare questo isolamento: è la dura e lineare legge della Ragion di Stato combinata con la forza del grande capitale transnazionale.

E' dunque finita per il Fatto?
Nì. C'è un elemento giuridico che protegge Travaglio e i suoi soci: l'esecuzione della sentenza.
Se anche la giuria di New York dovesse condannare il Fatto a pagare 250 milioni, Cipriani non potrebbe mandare gli ufficiali giudiziari americani nella redazione di Roma il giorno dopo. Per incassare quei soldi in Italia, la sentenza americana deve subire un processo di "delibazione" (convalida) da parte di una Corte d'Appello italiana. I giudici italiani tendono a rigettare o a ridimensionare drasticamente le sentenze americane che contengono i cosiddetti punitive damages (i danni punitivi milionari tipici degli USA), perché considerati contrari all'ordine pubblico italiano, dove il risarcimento deve coprire solo il danno effettivo e non "punire" l'autore.
Il vero danno è semmai il "Blocco" degli investimenti e l'ansia dei soci
La SEIF è una società quotata in borsa (sul mercato Euronext Growth Milan) e avere sulla testa una spada di Damocle da 250 milioni di dollari ha due effetti immediati che possono portare al declino. E se crolla il titolo, gli investitori ovviamente scappano da società che rischiano contenziosi miliardari, deprezzando l'azienda.
In più c'è il rischio di una paralisi editoriale: finché la causa è aperta, le banche ridurranno le linee di credito al giornale e i revisori dei conti costringeranno la società ad accantonare ingenti somme in un "fondo rischi", bloccando qualsiasi investimento su assunzioni, passaggi al digitale o nuove inchieste.
In sintesi: Più che un fallimento improvviso con i libri portati in tribunale, il Fatto rischia una morte per fatica. Cipriani ha scagliato un colpo che serve a terrorizzare i manager del giornale, a dissanguarli in spese legali a Manhattan e a costringerli a più miti consigli. La "volpe" non morirà oggi, ma dovrà spendere gran parte delle sue energie per evitare che la gabbia finanziaria americana si chiuda definitivamente.

Ci sarebbe una via d'uscita d'emergenza, un consiglio che qualunque saggio consulente aziendale darebbe oggi alla società editrice del Fatto: scusarsi. Fare un passo indietro pubblico, ammettere che la foga dell'inchiesta ha superato il rigore delle verifiche e scusarsi con i lettori e con i diretti interessati. Certo, la credibilità della testata subirebbe un danno immediato, ma la memoria del pubblico italiano è corta e, dopotutto, un drastico ridimensionamento reputazionale è pur sempre preferibile al rischio della morte finanziaria decretata oltreoceano.
Ma è un consiglio che rimarrà lettera morta, perché ignora la natura profonda del giacobinismo editoriale. Per Marco Travaglio e i suoi, scusarsi non significa correggere un errore, significa abdicare. Significa scendere dal piedistallo dell'infallibilità e confessare davanti al proprio pubblico di essere stati ingannati, vulnerabili, persino fragili. Per questo la redazione ha già scelto la via del muro contro muro, raddoppiando la posta e rilanciando con la minaccia di nuove chat e registrazioni in proprio possesso, ignorando il baratro economico che si spalanca a Manhattan. La volpe ha deciso di morire con le armi in pugno, preferendo il rischio del martirio per via giudiziaria all'unica cosa che non potrebbe mai sopravvivere: la perdita del proprio orgoglio.
E allora, concediamo l'onore delle armi e quelle al merito. Ma i morti, dell'onore, se vogliono rimanere vivi, non se ne fanno niente.

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