Mario Adinolfi e il complotto inesistente

Partiamo da una premessa doverosa: da questo modesto pulpito non si sono letti gli atti che riguardano la vicenda di Mario Adinolfi e dunque nessuno di noi, al…
Franco Marino
· Politics

Mario Adinolfi e il complotto inesistente

Partiamo da una premessa doverosa: da questo modesto pulpito non si sono letti gli atti che riguardano la vicenda di Mario Adinolfi e dunque nessuno di noi, al di fuori degli addetti ai lavori, ha accesso diretto ai fascicoli dell'inchiesta della Procura di Roma. Quindi tutto quello che segue è un ragionamento a partire da ciò che è pubblicamente noto, e non una sentenza anticipata. Detto questo, alcune considerazioni si possono fare, e farle è non solo legittimo ma necessario.

La notizia bene o male la sanno tutti: Adinolfi è accusato di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell'attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. In pratica è accaduto che Adinolfi, noto scommettitore, avrebbe raccolto da un gruppo di persone un certo quantitativo di denaro, facendo intendere loro che glielo avrebbe restituito con un margine derivato da scommesse vinte. Poiché questo, secondo la tesi dell'accusa e delle querele giunte dai malcapitati che gli hanno affidato il denaro, costituisce reato, Adinolfi si trova agli arresti domiciliari.

E qualcuno parla di complotto. Ma francamente ci sono tanti motivi per dubitare della cosa. Non stiamo parlando di un'opinione politica scomoda, né di un post su Facebook che ha dato fastidio a qualcuno. Stiamo parlando di reati con una struttura precisa, che richiedono prove concrete per essere contestati. La Procura non emette misure cautelari sulla base di antipatie personali, e soprattutto il Tribunale del Riesame — che ha appena rigettato l'istanza di difesa — è un organo giurisdizionale terzo il cui compito è proprio quello di valutare se la misura cautelare abbia o meno una base legittima.

Perché, infatti, scatti una misura cautelare come gli arresti domiciliari, un giudice deve riscontrare gravi indizi di colpevolezza e almeno una delle cosiddette esigenze cautelari: pericolo di fuga, pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di reiterazione del reato. Non basta un sospetto. Non basta una voce. Ci vuole qualcosa di sostanziale. E il fatto che il Riesame abbia confermato questa impostazione significa che almeno due gradi di valutazione giurisdizionale hanno ritenuto che quella base sostanziale esista.

Allora viene da chiedersi: su cosa si fonda, concretamente, la tesi del complotto?

Adinolfi ha detto che la vicenda è "surreale" e ha lasciato intendere di essere vittima di un accanimento legato alle sue opinioni politiche. Ma il complotto, per essere credibile come spiegazione, richiederebbe una cosa precisa: che qualcuno abbia fabbricato prove false o costruito un'accusa dal nulla per colpire un politico di scarso peso elettorale. Che i giudici si siano messi d'accordo per incastrare un personaggio scomodo. Scenari che possono essere credibili per un grandissimo politico: e infatti, da questi spazi, per oltre vent'anni, abbiamo sempre ritenuto che Berlusconi fosse vittima di complotti giudiziari. Ma se è credibile che si potesse forzare la mano per far fuori una grandissima personalità dell'imprenditoria e della politica, è credibile pensare che questo valga anche per un Adinolfi, il cui consenso sui social è appena superiore a quello di un signor nessuno come me?

Il Popolo della Famiglia non è esattamente una forza che spaventa i palazzi del potere. Se qualcuno avesse voluto colpire un avversario pericoloso, avrebbe scelto un bersaglio diverso. Il complotto contro Adinolfi, in questo senso, sarebbe il complotto più inutile della storia repubblicana italiana, altrimenti qui dobbiamo pensare che i giudici si mettano a fabbricare prove false contro Gennaro Esposito venditore di purtualli o Anna Brambilla casalinga di Voghera.

Poi certo, se Adinolfi fosse a conoscenza di notizie che possano far collassare un'intera classe dirigente o una grande industria, certamente sarebbe un pericolo lasciarlo a piedi. Soltanto che a quel punto non si manovrerebbero toghe più o meno rosse per lui: semplicemente il buon Mario morirebbe per un banale infarto.

E qui arriviamo al punto più scomodo, quello che rende difficile, a una lettura sommaria degli elementi disponibili, sostenere la tesi dell'innocenza. I reati contestati non sono omogenei tra loro: si va dalla truffa all'abusivismo finanziario, dall'esercizio illegale della raccolta del risparmio all'omessa dichiarazione dei redditi. Questa varietà non è un dettaglio secondario. Quando un'accusa è costruita su un impianto così articolato e su più fattispecie distinte, significa che gli inquirenti hanno lavorato su fronti diversi e hanno trovato elementi su ciascuno di essi. Non è la fotografia di un equivoco: è la fotografia di un sistema.

La questione dell'omessa dichiarazione dei redditi, in particolare, è quella che dovrebbe far riflettere chiunque sia tentato di liquidare tutto come un attacco politico. Questo tipo di reato non si costruisce a tavolino contro qualcuno. O i redditi sono stati dichiarati, o non lo sono stati. I numeri o tornano, o non tornano. Non esiste una versione politicamente orientata di un registro fiscale.

Va anche detto qualcosa che forse è ancora più scomodo. Adinolfi ha costruito una parte significativa della sua carriera pubblica sul tema della legalità morale, dei valori, del rispetto delle regole come fondamento della vita civile. Ha scritto libri, ha partecipato a decine di trasmissioni televisive, ha fondato un partito che si chiama "Popolo della Famiglia" e che ha fatto della coerenza etica una bandiera. Questo non costituisce una prova di colpevolezza, sia chiaro. Ma costituisce un contesto che rende il quadro ancora più difficile da ignorare: quando le accuse riguardano la gestione del denaro altrui, come nel caso della raccolta abusiva del risparmio, e chi è accusato è la stessa persona che ha predicato per anni rigore morale, il contrasto tra narrazione pubblica e fatti contestati diventa difficile da derubricare a coincidenza sgradevole.

Credere che tutto questo sia il risultato di un complotto contro Mario Adinolfi richiede un atto di fede che i fatti, almeno quelli che si conoscono, non supportano in alcun modo.

Io spero che il leader del Popolo della Famiglia riesca a dimostrare la sua innocenza, perché, a prescindere da certe sue sgradevolezze, è una persona di grande valore intellettuale. Ma penso che la prima cosa che dovrebbe fare, per rendersi credibile, è smettere di parlare di complotti e difendersi nel merito. Perché il giudice che deciderà la sua sorte valuterà — e non dovrebbe, ma purtroppo così va il mondo — anche la sua persona in generale. E un imputato che tira in ballo i poteri forti come mandanti di accuse che, veridiche o calunniose che siano, sono purtroppo ben circostanziate, diciamo che non aiuta i giudici a simpatizzare per lui.

mario adinolfiil popolo della famiglia
Commenti (1)
Francesco
Francesco
Prova di commento

Thanks for your contribution. Before your content can be posted, please take a few moments to register a free user account.

Back
Top